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Entre chien et loup

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The exhibition unfolds across the three floors of Castello Gamba, tracing an ascending path from earth to sky, and then higher still, toward dream, cosmic space, and a landscape that opens itself to the gaze that moves beyond the mountains.

The journey begins with images of landscapes, portraits of animals and people. They emerge from darkness as lysergic visions.

In the antechamber of half-light, in this middle realm, one can discover how darkness is only a matter of different densities of shadow which, as soon as the eyes adjust, offer breath and refuge: visions of other worlds that begin to come alive, to pulse. Worlds that daylight conceals, extinguishes, renders uniform.

From the half-light onward, toward night and into night, one walks through places where fantasy, imagination, and the senses hold full citizenship, nourished by the unconscious, desire, and instinct. Here the third eye opens, perfectly embodied by the photographic lens of Sophie Anne.

The exhibition’s journey then continues upward. One ascends and enters the sky, into star-filled heavens, an infinite and vertiginous sidereal space of differing luminescences: splashes, maps, and trails in dialogue with the precious, contained presence of small nomadic lights, fluorescences of fireflies in motion within the dimension of a video.

Finally, climbing still higher, one enters the realm of dream: “As a child I could not wait to go to sleep in order to dream; even now I have an intense dream life that is precious to me.” The personal image of a dream appears: a contemporary Baubo with a moon for a head in place of the vagina. An intimate presence of the artist that evokes a female divinity found in certain ancient cultures, such as the mythical wife of Dysaules of Eleusis.

According to myth, the goddess sees through her nipples, which react to emotions, temperature, and sound, and speaks through the vulva, symbol of the origin of the world, of maternal depth, the mouth of life. In the castle’s turret, her effigy, multiplied on a light and transparent fabric, appears as a ghostly presence that dematerializes the reality of space. A dreamlike vision that goes beyond the definition of photography, becoming its trace, its playful imprint, here too poised between light and shadow. Nothing is certain in the realm of dream, a condition that does not create unease but grants freedom.

Meanwhile, in a video, a downy cloud of thistle seeds drifts, carried by a gentle breeze, where they dance and chase one another in a circular and unpredictable randomness of encounters and separations, seemingly staging the existential condition itself.   

Olga Gambari

La mostra si sviluppa sui tre piani del Castello Gamba, tracciando un percorso ascensionale dalla terra al cielo, e oltre ancora, verso il sogno, lo spazio cosmico e un paesaggio che si apre a uno sguardo capace di andare oltre le montagne.

Il percorso inizia con immagini di paesaggi, ritratti di animali e persone. Emergono dall’oscurità come visioni lisergiche.

Nell’anticamera della penombra, in questo regno intermedio, si scopre come l’oscurità sia solo una questione di diverse densità d’ombra che, non appena gli occhi si abituano, offrono respiro e rifugio: visioni di altri mondi che iniziano ad animarsi, a pulsare. Mondi che la luce del giorno nasconde, spegne, uniforma.

Dalla penombra in poi, verso la notte e dentro la notte, si attraversano luoghi in cui fantasia, immaginazione e sensi hanno piena cittadinanza, nutriti dall’inconscio, dal desiderio e dall’istinto. Qui si apre il terzo occhio, perfettamente incarnato dall’obiettivo fotografico di Sophie Anne.

Il percorso espositivo prosegue quindi verso l’alto. Si sale ed si entra nel cielo, in firmamenti stellati, in uno spazio siderale infinito e vertiginoso fatto di diverse luminescenze: spruzzi, mappe e traiettorie in dialogo con la presenza preziosa e contenuta di piccole luci nomadi, fluorescenze di lucciole in movimento nella dimensione di un video.

Infine, salendo ancora, si entra nella dimensione del sogno: “Da bambina non vedevo l’ora di andare a dormire per sognare; ancora oggi ho una vita onirica intensa che mi è preziosa.” Appare l’immagine personale di un sogno: una Baubo contemporanea con una luna al posto della testa, in sostituzione della vagina. Una presenza intima dell’artista che richiama una divinità femminile presente in alcune culture antiche, come la mitica moglie di Dysaules di Eleusi.

Secondo il mito, la dea vede attraverso i capezzoli, che reagiscono alle emozioni, alla temperatura e al suono, e parla attraverso la vulva, simbolo dell’origine del mondo, della profondità materna, bocca della vita. Nella torre del castello, la sua effigie, moltiplicata su un tessuto leggero e trasparente, appare come una presenza spettrale che smaterializza la realtà dello spazio. Una visione onirica che va oltre la definizione di fotografia, diventandone traccia, impronta ludica, anche qui sospesa tra luce e ombra. Nulla è certo nel regno del sogno, una condizione che non genera inquietudine ma offre libertà.

Nel frattempo, in un video, una nube soffice di semi di cardo fluttua, trasportata da una brezza leggera, danzando e inseguendosi in una casualità circolare e imprevedibile di incontri e separazioni, come a mettere in scena la condizione stessa dell’esistenza.

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