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L’album che segue è un lavoro di ritrattistica in centri educativi assistenziali, con malati psichiatrici. Osservando le fotografie scattate da Sophie, effettivamente, ci rendiamo conto che la maggior parte sono ritratti, primi piani di soggetti ricoverati in questi centri. Il primo piano e il ritratto ci restituiscono, grazie anche alla potenza monocromatica del bianco e nero, una solitudine e uno straniamento che è palese negli occhi di chi raramente incolla lo sguardo all’obiettivo. C’è una sorta di sparizione in un mondo solitario, fatto di significati e significanti che lo scatto coglie un attimo, ma lascia andare. Non si può trattenere un mondo, un universo completamente agli antipodi dal nostro, quel ‘nostro mondo dei sani’. Ecco perché tra le immagini affiorano segnali chiari che, da un pianeta fatto di altri codici, possono apparire familiari al nostro. La fotografia in cui due soggetti vengono ritratti all’ombra di un albero, le mani che si incontrano ci raccontano di quella tenerezza, di quell’amore e quella eroticità che noi sappiamo e possiamo riconoscere nel nostro piccolo mondo di savi. Il lavoro di Sophie è rispettoso, anche quando i soggetti sono così prossimi all’obiettivo, non c’è propriamente la distanza che scaturisce dall’ignoto, ma la smania di comprendere e capire un linguaggio per farne una nuova narrazione, una storia che ci racconti di qualcosa che sembra al limite, ormai troppo lontano da afferrare, ma che invece ha profonde similitudini con la nostra storia, fatta di solitudine, di ricerca dell’altro, di spavento e sgomento, di zone grigie non rintracciabili, ma non per questo aliene. 

Denise Cuomo Pangallo

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