Nothing ha come soggetti figure compromesse da malattie come la bulimia e l’anoressia. Il lavoro di Sophie in questo caso è un lavoro autonomo, in prima persona, senza strutture di recupero o istituzioni di sorta che possano fare da filtro. In psicoterapia si usa, tra i metodi terapeutici, la libera associazione. Da una parola puramente casuale, il paziente è invitato ad associare un’immagine. E’ quello che ha fatto Sophie nell’approccio con le persone ritratte, ecco perché all’interno dell’album troviamo corpi prosciugati dall’anoressia e, immediatamente a fianco, immagini che sembrerebbero messe lì a caso. E’ un lavoro concettuale, in parte, ma è soprattutto rappresentativo, perché disturbi come l’anoressia o la bulimia portano i soggetti malati a rappresentare se stessi attraverso immagini irreali del proprio corpo, del proprio spazio e di tutte le istanze della vita viva. C’è distorsione e perdita di percezione, ma nella maggior parte dei casi la letteratura scientifica ci spiega che patologie del genere nascono dal bisogno disperato di avere il controllo di qualcosa, di qualsiasi cosa. L’aspetto endocorporeo del cibo ci dà questa illusione di controllo, la malattia che svigorisce i corpi, rendendoli sempre più sagomati, sempre più scheletrici annulla la percezione dei propri confini, così ben esplicata nell’autoritratto che vede il corpo sagomato da una linea rossa. Sophie in questo album fatto di carne consunta e scapole, di alberi soverchiati dalla neve e massi al centro dell’immagine ha creato un dialogo tra il dentro e il fuori, tra il corpo che manifesta la sua lenta resa e la mente che continua a elaborare la malattia attraverso un’immagine di se stessa che a volte si aggrappa, a volta si sente peso, a volte si ritrae allo specchio, come per annunciare ancora la propria esistenza. Anche se spesso quello che resta è un corpo nudo e bianco su un letto candido che regge la pressione di un petalo. 

Denise Cuomo Pangallo