Sulle vette del mondo c'è uno strano e sussurrato dialogo tra gli elementi, niente pare si muova eppure i suoni sembrano boati, echi di viscerali spostamenti, scosse profonde provenienti dal midollo roccioso della terra. In superficie vige la legge spietata del più forte, la vita debole delle creature fragili è assente, il paesaggio è uno scenario quasi lunare, arredato da forme immobili e lapidarie di esistenze fredde. Aspra e ruvida l'epidermide delle alture mantiene nel silenzio il segreto di una madre terra priva di utero, infeconda e sferzata da venti e correnti spaziali. La scelta di Sophie-Anne Herin nell'adozione di una modalità di scatto che mette a fuoco ambienti sotto esposti, ci restituisce una pellicola dove il rosso domina ed evidenzia la natura carnale, sensoriale dei luoghi. Un'anima non uterina, ma vaginale e fisica esplode indifferente nelle sue foto, uno spirito indurito, un corpo solo materiale con impietosi accenni di rigoglio, lontani dalla grazia e dalla cagionevolezza. Il risultato cromatico esprime solitudine, sospensione, ma non debolezza, anzi esalta la luce arcigna delle curve e delle pietre, l'inanimata vita che la montagna partorisce. Un mistero ctonio rivendica il suo spazio rarefatto, allestisce un museo totemico, dove ogni prodotto pare eterno poiché simbolico. Eppure gli scatti di Sophie-Anne Herin aprono le porte a nuove dimensioni che coinvolgono l'umano sentire, il dialogo presunto tra l'uomo e questi surreali paesaggi ostili, a un passo dalla liberazione del cielo. Su un pianeta dove tutto è un continuo circolo senza fine, le vette delle montagne sono i rari confini terrestri dall'imperscrutabile valore semiotico, il significante ambientale dove l'uomo con il suo corpo organico e ricettivo avverte l'alterazione dei sensi, fino all'esigenza estetica di connotare i segnali che lo hanno sconvolto. Cosa accade se la natura primigenia in cui si è immersi si dimostra inospitale? Nella meditazione scopriamo la nostra origine, ma l'assenza di piante e rassicuranti, seppur delicate, presenze vitali ci fa esposti e divorati. Alla fine di ogni cosa, nella più spietata libertà, nel turbinio di venti infiniti, l'aria ha il profumo del vuoto e l'uomo rincorre pensieri che da semplici diventano complessi, perché l'altezza può essere la fine del mondo e l'inizio dell'eternità atemporale, ma può rappresentare anche una vastità claustrofobica in cui ognuno rivaluta la bellezza e la verità del conforto quando è piccolo e momentaneo, preda del ciclo mortale. La mancanza di appoggi è un'illusione di libertà per qualcuno, ma per altri è una vertiginosa caduta, il risveglio brusco e solitario di chi sognava la prigione discreta e chiusa di un abbraccio.

 

Denise Cuomo Pangallo